Quando entrai era chino sulla sedia della Pantera Rosa, intento a curare Sophia, la più bella paziente di porcellana. Diagnosi: frattura al femore.
Ero finita all’ospedale delle bambole, la bottega dell’anima, nel cuore di un’antica città, Neapolis, lì dove è ancora possibile respirare l’odore della memoria. Un ospedale in piena regola, quanto a servizi e attrezzature ma dotato di una particolarità: i pazienti sono in ceramica o carta pesta, in legno o in plastica, insomma cose e non persone. I reparti, alti scaffali su cui giacciono ricordi, infranti dal tempo che attraversa i destini.
- Buongiorno signorì, ditemi, quale ricordo sperate che io curi?
Non aveva il camice, ma il sorriso di Patch Adams, quello sì. Riposi nelle sue mani il prezioso mappamondo del nonno e chiesi se era possibile ripristinare il meccanismo di rotazione dell’asse, accidentalmente inclinatosi a destra in seguito alla caduta.
- Ahi, ahi! Pure le cose costruite sane finiscono per rompersi, ehh!?E altrimenti con che pazziarelli giochiamo noi grandi, è vero signorì? Ma non vi preoccupate che con un’oretta di riposo, ve lo portate a casa sano e salvo! E dopo aver riposto Sophia nel lettino degli “aggiustati per sempre” dedicò le sue cure al mio ricordo. Con la colla del sentimento riavvitò l’asse, con il pennellino della pazienza impreziosì di luce nuova l’ombreggiatura dei continenti e, perché del nonno custodissi un nuovo ricordo, chiamò “colorondo”, il globo incidentato. Gli chiesi quanto dovevo per il suo lavoro. -Un euro – rispose. Mi sembrò poco ma il suo cuore chiarì: – “La ricchezza non la fanno ‘e sorde, la ricchezza è fatta sulo ‘e rricorde.”- Mi spiegò come si costruivano gli oggetti di una volta e perché si potevano riparare e, sebbene avessero una durata circoscritta, la resistenza andava ben oltre lo spazio di un acquisto. Gli oggetti hanno una memoria incisa nell’odore della polvere, una dignità affidata alla cura dell’uomo e un passato che testimonia la bellezza. Mi guardai intorno e mentre la ballerina riprese il suo giro di danza e il mangianastri ingoiò, finalmente, il disco riconobbi Clou, la bambolina che avevo perso sulla spiaggia dieci anni prima. Mi avvicinai per averne conferma e dentro la scarpetta sinistra ritrovai la conchiglia che avevo nascosto. Era la mia bambola e io lì a farle visita. Il dottore dei ricordi mi disse che nessuno era più tornato a prenderla e che stava lì da tre mesi.
- La volete voi signorì? Il tempo suo l’ha già fatto, se ne saranno liberati. -
Risposi che a casa ne avevo una uguale e che si chiamava Clou e che sarei tornata dopo una settimana a prenderla, sperando che non ci fosse. E così feci, esattamente dopo una settimana, tornai a farle visita e Clou non c’era più. Il dottore mi spiegò come era andata. Era passata una signora a ritirarla, doveva portare la bambolina all’ospedale vero, dove la sua cara nipotina lottava tra la vita e la morte. Non sapevo nulla di lei ma le nostre vite continuavano ad incrociarsi seguendo i passi di un oggetto. Da una mano all’altra, da un ricordo all’oblio, da una corsa in spiaggia al soffio di vita, un sottile legame rende speciale l’orologio di plastica, il libro di un amico, la cartolina ingiallita. Il valore dato agli oggetti è tutto lì, nella chiave dei segreti che racchiudono, nei messaggi speciali di cui sono intrisi, nella forza di raccontare il tempo e lo spazio delle nostre vite.

A voi lo scaffale dei ricordi…