E la gente si sentiva più vicina,
in fluide consistenze,
come se gli spazi non fossero necessitati dal tempo.
La paura di scoprirsi uguali in commiserati orizzonti
a sortire solitudini
o forse
la bellezza di un sogno condiviso?
In ogni angolo di quelle linee sorgeva un desiderio e così nessuno seppe come cominciò,
né quando.
Il mondo si rimpiccioliva sempre di più e le stelle cadevano in nuove geometrie.
- Cosa ti aspetti da questo, domani? -
Si ascoltarono in silenzio.
(E la vita non si articolò più).
Prese un giro di volta,
come fosse impazzita,
si beò del suo stesso vortice quasi udisse il diniego:
una Via Lattea senza più esplosioni.
- Siamo sotto questo cielo a chiedere la Luna,
una casa,
un diritto,
un bisogno,
un sorriso,
una canzone,
un libro,
un lavoro,
un sogno,
una strada, l’Universo.
Basterebbe ciò che abbiamo, la nostra complessa e semplice natura e quell’ora diventerebbe mai.
Un moto durante,
a volte muto,
altre scostante darebbe senso al nostro cercare.
E di un elenco disordinato sul mondo,
di una Babele circoscritta al potere non resterebbero che tre puntini ancor prima di un eccetera.
-Ci sono cose che è meglio non sapere,
moltitudini ignoranti,
questo saprei del domani se solo vivessi oggi. -
Non vi è bellezza che non paghi il disincanto e,
in questa assurda legge dell’essere,
la nostra dimensione si scarta
come un cilindro in bilico su due esistenze,
una scatola non aperta sulla possibilità di una scelta,
la fortuna parallela all’ambiguo elogio di un eccetera, eccetera, eccetera.